La Vendemmia di una volta alle Cinque Terre

Postato il 21 giugno 2015, in Blog

AFCRO (103)

Alle Cinque terre la vendemmia, fase finale della lunga e faticosa coltivazione della vite, assumeva contorni epici per l’asperità del territorio; un momento faticosissimo, ma esaltante. Si lavorava un anno intero, si viveva con ciò che si produceva e il poco denaro ricavato dalla vendita del vino.

Per una ventina di giorni i paesi avevano la febbre. Al mattino presto le strade si riempivano di gente di tutte le età. Uomini, donne, giovani ed anche anziani con le paniere e le corbe; tutti verso la campagna, parlando a voce alta, in un’aria di festa. Gli anziani, i nonni nel campo staccavano i grappoli, li pulivano dai marciumi, scartavano quelli non maturi, sceglievano la bianca e la nera, preparavano i carichi. Un lavoro faticoso e noioso che i giovani disdegnavano preferendo andare avanti e indietro con corbe e paniere ben colmi.Gli uomini trasportavano le corbe (grande cesto in vimini con quattro maniglie) sulle spalle, facendole appoggiare su un sacco di iuta imbottito di paglia o foglie di vigna per farlo più morbido, in dialetto “pagettu” (dal latino “Paliarum”, perché nel sacco di iuta si infilava paglia per farlo più morbido), mentre le donne trasportavano le paniere (cesto tondeggiante in vimini) sulla testa appoggiandole su un sacco di iuta arrotolato detto “varcu” (dal germanico “Walkan”, cioè avvoltolare).

Durante il lungo tragitto dal campo alla cantina i portatori (in dialetto “camalli”) si fermavano una o più volte a seconda della durezza e lunghezza del percorso, appoggiando le corbe piene fino al colmo, sui muri di sasso che delimitavano il sentiero (in dialetto “pusela”) ricaricando le energie per lo sforzo finale.

Per il trasporto dell’uva venivano molti giovani dalle zone collinari limitrofe ed alla sera, nonostante la grande stanchezza si faceva una grande festa con balli e vino a volontà!

 

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