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Manarola: il borgo verticale

A guardarle dal mare, attaccate alla roccia come calamite sul metallo, affacciate sul bordo delle falesie verticali come ragazzini imprudenti, le case di Manarola sembrano una sfida alla legge di gravità.

E invece stanno lì da secoli come un mazzetto di fiori colorati costretti in un  vaso troppo piccolo.

Quando lo sguardo sale su per la costa, si ferma sui vigneti  coltivati a terrazza sostenuti da innumerevoli  muri di pietra a secco, che incombono come numi tutelari sul paese che, fondato su uno scoglio di roccia nera  a 70 metri sul livello del mare, è fra tutti i borghi del Parco Nazionale delle Cinque Terre il più suggestivo e romantico.

Manarola, fu fondata dagli abitanti dell’antico borgo di Volastra, dal quale scesero a valle nel XIV secolo, terminate le terribili incursioni dei pirati saraceni, e secondo la maggior parte degli storici deve il suo nome ad una grande ed antica ruota di un mulino (dal latino Magna Roea) posto sulle sponde del rio Groppo, lungo il quale si sviluppa il paese e che ancora si può ammirare nella sua versione restaurata.

La chiesa del paese, risalente al 1300 in stile gotico è stata edificata con la pietra arenaria locale; dedicata a San Lorenzo, presenta un magnifico rosone in marmo bianco di Carrara con teste umane e leonine sulla corona esterna, scolpito dai maestri dell’epoca.

Dal piazzale della chiesa, il villaggio si snoda verso il mare lungo la via principale, costituita dalla copertura del rio Groppo che anticamente scorreva a cielo aperto tra le case colorate, punteggiato da ponticelli in pietra a schiena d’asino che ne collegavano le sponde, del quale è testimonianza l’unico rimasto, ubicato tra il parcheggio dei residenti e l’Oratorio  dei Disciplinati.

Oltrepassata la piazza Dario Capellini, sotto la quale corre la linea ferroviaria La Spezia – Genova, si entra nella parte marinara del paese, dove dominano i tipici gozzi liguri, parcheggiati in file ordinate, tirati a secco ogni volta che il mare è in burrasca con un tipico paranco, che costituiscono un curioso e variopinto arredo urbano, memoria di un borgo dove un tempo si viveva soltanto di pesca e campagna.

La memoria di questi luoghi magici è stata conservata da un manarolese doc, di nome Anselmo Crovara che ha fatto della sua casa un museo di oggetti legati ai mestieri di un tempo: ceste di vimini, roncole, zappe, accette, imbuti, damigiane, botti di legno, vecchi abiti oltre che un enorme archivio fotografico in bianco e nero che si può ammirare lungo il tunnel pedonale che collega la stazione ferroviaria con il paese.

Quello di Anselmo è un vero e proprio Archivio della Memoria che meglio di ogni altra fonte, svela ai milioni di turisti che ogni anno si riversano nel Parco delle Cinque Terre, le umili origini e l’incredibile tenacia delle popolazioni di questi luoghi che ci hanno lasciato un patrimonio inestimabile, tanto da essere stato inserito nell’elenco delle principali bellezze naturalistiche del mondo dall’UNESCO.

Alcune delle foto contenute in questo articolo sono di André Leuba, Eduard Kopp e Anselmo Crovara custodite nell’Archivio della Memoria Anselmo Crovara in Via Aldo Rollandi in Manarola.